Il sonno nella prima infanzia

Introduzione: le paure infantili Come è ormai consuetudine da alcuni anni, Baby’s Planet organizza incontri seminariali con una psicologa in cui i genitori possano approfondire alcune tematiche di particolare interesse per la gestione della vita quotidiana con i figli. Oggi tratteremo il tema del sonno, dell’addormentamento e delle eventuali problematiche connesse. Questo tema specifico incrocia quello più generale delle paure nella prima infanzia, di cui dunque presentiamo una breve cornice introduttiva. Consideriamo alcune nozioni di base sulle paure infantili. In primo luogo, nonostante nel senso comune il termine “paura” evochi qualcosa di spiacevole e negativo, la paura è in realtà un’emozione primaria (cioè rappresenta un pattern innato di risposta psicofisiologica a certi stimoli, esistono naturalmente anche paure “apprese”). Come tale, la paura svolge una funzione difensiva, e dunque, adattiva per la nostra sopravvivenza. Proprio perché proviamo paura, infatti, abbiamo consapevolezza del pericolo e ci possiamo difendere da esso. Questo è vero per l’uomo e per gli animali. Inoltre, nell’uomo, dotato di una mente dalle funzioni complesse, la fonte di paura non è costituita necessariamente da uno stimolo esterno reale, concreto, ma può originare dalla fantasia o dal ricordo di un evento sperimentato come dannoso. L’aspetto della fantasia riguarda peculiarmente i bambini, specie i più piccoli, per i quali il mondo è ancora molto “fantasticato”, oltre che sperimentato nella sua oggettività, così come non appartiene alla mente infantile una chiara distinzione fra ciò che è parte del mondo reale, esterno, e ciò che invece è una rappresentazione del proprio immaginario o mondo interno. In secondo luogo, alcune paure infantili accompagnano, potremmo dire scandiscono, alcune tappe di crescita. Per fare un esempio: la cosiddetta paura dell’estraneo sta a evidenziare come il bambino acquisisca gradatamente sempre maggiore consapevolezza sui legami affettivi privilegiati fra sé e chi si prende cura di lui e infatti questa paura si presenta in tre periodi diversi: a 5 mesi, verso i 7/8 mesi e a 1 anno di età (Brazelton 2003). In termini generali, possiamo aggiungere che le paure infantili sono la manifestazione di un “conflitto fisiologico” fra la dipendenza e l’autonomia che accompagna ogni progresso evolutivo. Lo sviluppo non deve infatti essere immaginato e atteso come una sequenza lineare di tappe ma piuttosto come un’oscillazione di avanzamenti, piccole regressioni e di nuovo avanzamenti. Spesso ogni nuova acquisizione da parte del bambino è fonte di soddisfazione, di piacere nella sperimentazione della nuova capacità acquisita, ma anche di timore e di bisogno di rassicurazione, una sorta di conflitto interiore fra la sicurezza offerta dal restare bisognoso di Altri che si occupino di lui e il piacere di “cavarsela da solo”. Ecco perché in corrispondenza di certe tappe evolutive possono ripresentarsi paure già superate. Infine, la paura e tutte le emozioni fanno parte del nostro bagaglio espressivo e comunicativo, aiutare i nostri figli a saperle gestire con efficacia (quindi né a reprimerle né a esserne “sovrastati”) significa aiutarli a crescere come persone più ricche e più capaci di interagire con gli altri sul piano sociale ed affettivo. A questo proposito, ricordiamo che oggi si parla di “intelligenza emotiva” indicando una competenza relazionale che costituisce una dimensione importante della nostra intelligenza (Goleman 1996, 1998; Filliozat 2004). Aiutarli significa in primo luogo ascoltarli, esplorare utilizzando il loro linguaggio cosa fa paura, rassicurarli sulla vostra vicinanza, sull’innocuità, per esempio del lampo, ma nello stesso tempo non facendo sentire che la loro paura è “assurda”. Per esempio, si potrebbe dire a un bambino spaventato per un temporale: “So che il temporale ti fa paura, senti molti rumori forti e queste luci che vanno e vengono, molti bambini lo temono, anche a noi da bambini faceva paura, ma qui in casa con noi sei al sicuro, non può succederti nulla”, il tutto aspettando con lui che il temporale passi. Ogni paura superata è per il bambino una conquista, che va rinforzata con elogi, e nello stesso tempo costituisce un patrimonio comportamentale a cui il bambino potrà far ricorso in successivi momenti di difficoltà. Abbiamo accennato che alcune paure sono apprese: i bambini apprendono molto per imitazione, in particolare dai genitori, e dunque l’osservare il genitore spaventato per qualcosa facilita l’interiorizzazione da parte del bambino che quel “qualcosa” sia fonte di pericolo. Quando ci dobbiamo preoccupare per la paura del nostro bambino? Quando essa diventa pervasiva della sua vita quotidiana. Riprendendo l’esempio precedente del temporale, si tratterebbe di una fobia (quindi di una paura patologica, eccessiva e irrazionale), laddove il bambino al solo comparire di un cielo nuvoloso si rifiuti di uscire di casa per timore del temporale. Il sonno infantile e la paura della separazione dai genitori In questo contesto, un’attenzione e una sensibilità particolari sono richieste dalla paura dell’addormentamento che si manifesta nel bambino con svariati comportamenti, a seconda dell’età, i quali hanno però tutti l’obiettivo di mantenere il genitore con sé al momento di andare a letto. Ciò che infatti più temono i bambini, al di là di quello che dicono (per esempio dichiarando la paura del buio) è il fatto di separarsi dai genitori senza la certezza di trovarli il giorno dopo; in alcune tappe di crescita si parla di vera e propria angoscia da separazione (o di abbandono, per esempio all’ottavo-nono mese). Chiariamo alcuni aspetti del sonno infantile che ci saranno utili nell’affrontare alcune problematiche tipiche di questa situazione. Ogni bambino ha un suo caratteristico ciclo di sonno che si compone di fasi di sonno leggero e pesante in alternanza. Tale ciclo è presente alla nascita e acquisito in corrispondenza del ciclo della madre durante la gravidanza: quando la madre è in attività il feto dorme e quando la madre si distende il feto si attiva. Alla nascita, due fattori inducono il ritmo sonno-veglia del neonato verso una sempre maggiore sincronizzazione con l’ambiente, quindi verso una veglia più prolungata di giorno e un sonno più prolungato di notte: l’attività di un gruppo di cellule preposte a regolare i nostri ritmi (nucleo soprachiasmatico dell’ipotalamo) e una serie di stimoli esterni (Estivill, de Béjar 1996). Questi stimoli sono: l’alternanza luce/oscurità; l’alternanza rumore/silenzio; l’orario dei pasti; le abitudini al sonno. Ecco perché, per esempio, andrebbe differenziata l’atmosfera del sonno notturno (facendo buio e abbassando notevolmente i “volumi” di casa) da quella del pisolino diurno (lasciando la luce e mantenendo, senza esagerare, il normale rumore di casa). Questo aiuta il bambino (e ancor prima il lattante) a differenziare le due situazioni. Ricordando sempre che ogni bambino è particolare, sappiamo però che tendenzialmente all’età di 4 mesi, il ritmo sonno-veglia si regolarizza sulle 3-4 ore in corrispondenza dei pasti. Nell’arco del sonno, un’ora e mezzo è di sonno profondo in cui il bambino difficilmente si sveglia, mentre le due ore restanti, quella precedente e quella successiva sono caratterizzate dal sonno leggero, durante il quale il bambino si risveglia e assume un comportamento tipico ed abituale. I più piccoli piangono, si ciucciano il pollice, battono ritmicamente la testa, si cullano da soli ecc. Più avanti in età, ripetono movimenti acquisiti durante il giorno, o parole, o si alzano in ginocchia o in piedi. Tutto questo ha la funzione di scaricare l’energia accumulata durante la giornata e di permettere al bambino di ricadere nel ciclo di sonno profondo. Laddove il bambino gestisca questi momenti da solo, via via i cicli si allungheranno finché il bambino dormirà 8-12 ore di fila, laddove riceva dei segnali dall’ambiente (quindi un intervento genitoriale, come una poppata o altro), è improbabile che cerchi di riaddormentarsi da solo. In alcuni periodi, come a 8-9 mesi o a 1 anno per le acquisite capacità cognitive e motorie ci sarà un numero di risvegli maggiore,anche nei bambini che avevano già stabilito un sonno di lunga durata. Per comprendere questa situazione dobbiamo ricordare quanto detto sulla paura e l’eccitazione che accompagnano ogni nuova conquista di autonomia da parte del bambino. Escludendo i periodi di malattia, di sviluppo della dentizione, eventi particolarmente stressanti che abbiano potuto sconvolgere i ritmi del bambino (nei quali si includono anche cambiamenti ambientali significativi, come un trasloco o un viaggio), il comportamento del sonno è condizionato in gran parte da questa paura abbandonica e dalle modalità di farvi fronte da parte dei genitori, cioè in ultima analisi da come affrontare una problematica che ha a che fare con il delicato equilibrio (tutto da costruire) fra la dipendenza e l’autonomia del bambino. Anche fra gli specialisti sussistono orientamenti diversi. Si propongono metodi rigorosi di abitudine al sonno, con tempi precisi, per esempio, di rientro periodico nella stanza durante l’addormentamento, durante il quale si raccomanda di non prendere il bambino in braccio, di non dargli da bere e mangiare, di non accarezzarlo, né cullarlo, né cantare ma semplicemente di parlargli con tono calmo dicendogli che mamma e papà gli vogliono bene e che non lo stanno lasciando (Estivill, de Béjar 1996). Tutto questo va fatto con sistematicità per dare dei risultati. Altri autori sono meno rigorosi (Brazelton 2003) nelle indicazioni comportamentali, ma alcune linee di fondo coincidono. Vediamole insieme. Essenziale è il clima emotivo e decisionale in cui si addormenta il bambino, così come durante la gestione dei risvegli notturni. Si intende che i genitori devono condividere la linea educativa sul sonno, per esempio, se intervenire quando piange e dopo quanto tempo, se metterlo nel lettone oppure no. Qualunque scelta si faccia insieme, è meno dannosa per il bambino di un comportamento di cui lui percepisca la poca convinzione di un genitore o l’esplicito disaccordo fra i due genitori. Altra riflessione che i genitori dovrebbero fare a priori è se realmente sono convinti che sia un bene per il bambino che apprenda a dormire dal solo e a riaddormentarsi da solo. Certamente questa conquista consente di riposare serenamente a tutta la famiglia e può significare per il bambino un motivo di autostima per la raggiunta autonomia notturna ma occorre valutare bene ogni situazione senza dare per scontato che il meglio sia questa soluzione sempre e per chiunque. Brazelton (2003) è un pediatra di fama mondiale e raccomanda, per esempio, che se un bambino per svariati motivi ha preso l’abitudine di dormire nel lettone (cosa che nella nostra cultura è vista come segnale di dipendenza, di mancata crescita), i genitori dovrebbero in primo luogo osservare l’atteggiamento diurno del bambino, per indagare se nelle altre situazioni è più dipendente rispetto alle attese della sua età. Se l’esito di questa ricerca fosse negativo, non è detto che non si possa aspettare il terzo quarto anno per spostare il bambino nella sua camera, età in cui c’è maggiore disponibilità a compiere questo passo, anche osservando altre culture. I genitori, d’altro canto, devono essere consapevoli che una scelta di questo tipo, quella del lettone, impatta non solo sullo sviluppo del bambino in termini di autonomia ma anche sulla loro vita di coppia, quindi è molto importante che la scelta sia condivisa da entrambi. Alcuni suggerimenti pratici Chiarito dunque che non esistono regole universali e risolutive e che la cosa più importante è la disponibilità genitoriale a fare scelte condivise e a supportarsi reciprocamente nel portarle avanti, possiamo enucleare alcuni suggerimenti pratici (Brazelton 2003) che assumono senso solo se sottesi dalle riflessioni di fondo di cui sopra e che possono essere applicati in maniera sistematica, comunque, solo dopo i 6 mesi di vita. Osservare la giornata del bambino, con particolare riferimento ai riposini pomeridiani (per bambini superiori a 1 anno dovrebbe iniziare intorno alle 13 e durare 1-2 ore al massimo, dopo i due anni può anche essere sospeso), per monitorare che non siano eccessivi. Istituire dei rituali rilassanti prima dell’addormentamento (bagnetto, giochi tranquilli, ninne nanne, storie, no alla televisione i cui programmi potrebbero eccitare il bambino). È molto importante che i rituali siano sempre gli stessi e fatti agli stessi orari. Evitare di addormentare il bambino al seno o al biberon, o in braccio, dovrebbe addormentarsi da solo nel lettino. Nel metterlo a letto, tranquillizzarlo (e qui ogni genitore trovi la propria modalità di far sentire la vicinanza a suo figlio!), rassicurarlo sul fatto che può addormentarsi da solo, fornirgli un oggetto/pupazzo preferito che deve essere sempre quello (anche se si rompesse). Questo oggetto è un “sostituto” materno (in termini tecnici “oggetto transizionale”) dal grande potere rassicurante per il bambino. Questo oggetto non può essere il biberon perché addormentarsi con il biberon in bocca significa danneggiare i denti del bambino. Assicurarsi che l’ultimo pasto/poppata sia sufficiente a saziare il bambino, eventualmente aumentare le dosi con la consulenza pediatrica. Rispondere ai risvegli notturni nella maniera meno “interventista” possibile in modo da lasciare spazio al bambino per trovare delle proprie modalità autoconsolatorie, si può per esempio, anziché prenderlo in braccio, accarezzarlo, ricordargli che il suo pupazzetto è lì con lui; via via che la situazione lo consente si può far sentire la voce del genitore senza entrare nella stanza, ecc. Ripetiamo ancora comunque che la modalità migliore di comportarsi è quella di cui il genitore può sentirsi più convinto e responsabile, solo così potrà trasmettere al figlio la sicurezza emotiva necessaria per “lasciarsi andare” al sonno.

BIBLIOGRAFIA

  • Brazelton T.B. (2003), Il bambino da zero a tre anni, Fabbri Editori, Milano
  • Filliozat I. (2004), Le emozioni dei bambini, Piemme Pocket, Casale Monferrato (AL)
  • Goleman D. (1996), Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano
  • Goleman D. (1998). Lavorare con intelligenza emotiva. Rizzoli, Milano

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