L’assertività e aggressività: un confine da apprendere

Introduzione Il tema di oggi riguarda qualcosa che coinvolge i genitori in maniera peculiare, più di altri aspetti dello sviluppo infantile. Infatti – estremizzando un po’ i concetti a scopo formativo – potremmo dire che il genitore che ha a che fare con un problema di sonno o di alimentazione del proprio figlio è probabilmente più disposto a mettersi in discussione o a chiedere aiuto rispetto al genitore che osserva e/o subisce dei comportamenti aggressivi – o supposti tali – da parte del medesimo figlio, pur essendo, magari, anche più preoccupato e spaventato per questa situazione. Siamo infatti portati a fornire una connotazione “moralistica” a certi comportamenti, così come a certe problematiche, rispetto ad altre. Per esempio, spesso sento dire da un genitore a un figlio piccolo, magari in momenti di rabbia ed esasperazione, anche comprensibili: “Oggi sei stato proprio cattivo!”, volendo segnalare al bambino che il comportamento assunto in quella giornata è stato particolarmente inadeguato. Probabilmente è andata proprio così, ma questo non ha nulla a che fare con le categorie – appunto morali – del bene e del male, la cui introduzione è prematura per le capacità cognitive della prima infanzia. Oggi cercheremo proprio di capire come porre ai bambini piccoli i limiti che sono necessari per il loro sviluppo, senza “penalizzarne” il carattere e il fisiologico bisogno di autoaffermazione, altrettanto necessario per una crescita adeguata. I sistemi motivazionali Alla fine degli anni ’80, lo psicoanalista Lichtenberg (1989) ha proposto un modello di quelle che sono le spinte primarie dello sviluppo e del comportamento umano, le cosiddette motivazioni o, per meglio dire, i sistemi motivazionali. Essi sono identificati in 5, interagenti fra loro: 1.sistema basato sulla regolazione psichica delle esigenze fisiologiche 2.sistema di attaccamento-affiliazione 3.sistema esplorativo-assertivo 4.sistema avversivo 5.sistema sensuale-sessuale. Per inciso, poiché non rientra nel tema di oggi, ma può essere di interesse per voi genitori che avete scelto di inserire i vostri figli al nido, spieghiamo che l’inserimento nel modello del sistema di (laddove l’attaccamento si riferisce a relazioni con individui singoli e l’affiliazione con i gruppi) è considerata una motivazione primaria della natura umana. Questo significa che per il corretto sviluppo dell’individuo sono necessarie relazioni stabilite sia con un individuo significativo sia con un gruppo di individui significativi e naturalmente gli affetti connessi a ueste relazioni. Tornando ai nostri sistemi motivazionali, aggiungiamo che ognuno di quelli indicati può assumere un ruolo rilevante rispetto agli altri in base al periodo di sviluppo e alle esigenze contingenti e ambientali, ma questa maggiore rilevanza è comunque temporanea. Nel complesso, essi garantiscono la nostra sopravvivenza. Il sistema avversivo e il sistema assertivo-esplorativo Ai fini del nostro discorso, notiamo che fra questi sistemi sono inseriti sia quello avversivo (relativo ai comportamenti aggressivi), sia quello assertivo-esplorativo. Possiamo quindi già capire come l’aggressività sia in parte innata e necessaria alla nostra sopravvivenza. Nella nostra società, difficilmente corriamo pericoli tali da richiedere una risposta aggressiva, ma questa possibilità resta nel nostro patrimonio filogenetico. Le emozioni che attivano la risposta aggressiva sono la paura e la rabbia. È importante mettere fin d’ora in relazione i due sistemi avversivo e assertivo-esplorativo. Per i bambini l’esplorazione è importantissima, quale fonte di conoscenza del mondo, delle proprie capacità di azione sul mondo e quindi quale base per l’autostima. La possibilità di avviare l’esplorazione – in assenza di deficit sul piano fisiologico – dipende in gran parte dalla sicurezza interna del bambino di sapere che esiste una “base sicura” a cui poter tornare in ogni momento. Questa base sicura è costituita dalle figure primarie di accudimento. Un bambino che ha potuto sperimentarsi nelle proprie potenzialità così come nei propri limiti è un bambino che crescerà tendenzialmente più sicuro di sé rispetto a un bambino che è stato inibito nell’esplorazione o – al contrario – che non ha sperimentato il senso del limite. In termini molto sintetici, egli apprenderà cosa può e cosa non può fare, cosa deve e cosa non deve fare e crescendo sarà in grado di prendere le decisioni da solo sul da farsi, di risolvere in maniera adeguata eventuali conflitti interpersonali, senza assumere atteggiamenti aggressivi. Essere assertivi significa appunto essere in grado di far valere le proprie opinioni e i propri diritti pur rispettando quelli degli altri. Questa competenza relazionale si apprende e l’apprendimento inizia dalla prima infanzia. Nel caso del neonato e del bambino piccolo, il sistema assertivo-esplorativo, presente fin dalla nascita, si attiva maggiormente insieme all’aumento delle capacità motorie, non solo quelle che consentono la deambulazione ma anche quelle che consentono al bambino di afferrare e manipolare gli oggetti. Congiuntamente il bambino sperimenta il piacere della conquista, del possesso dell’oggetto e qui entra in campo l’aggressività, quale forza propulsiva aggiuntiva, laddove il bambino incontri un ostacolo al suo scopo. Per esempio, il bambino si accorge – nel voler scoprire cosa nasconde un oggetto, quindi sulla base della spinta esplorativa – che se lo butta per terra varie volte e con forza l’oggetto si rompe e “si scopre” ai suoi occhi. Intorno ai due anni, in particolare, egli sembra quasi prediligere quelle situazioni/oggetti che presentano per lui difficoltà/ostacoli proprio perché il fatto di superare le difficoltà lo fa sentire più capace. Il ruolo dei genitori Ben presto, il bambino impara a utilizzare la forza derivante dall’aggressività anche negli “ostacoli” con gli adulti e i coetanei. Qui entriamo nel vivo del nostro discorso sul delicato ruolo genitoriale. Come forse ora è chiaro, l’esigenza di esplorazione e la volontà di autoaffermazione del bambino possono passare anche attraverso modalità simil-aggressive, che in questo caso sono dei coadiuvanti per il raggiungimento dello scopo. Si tratta da parte dell’adulto di sintonizzarsi sui bisogni del bambino, in modo da riuscire a discriminare quelle situazioni in cui il suo intervento con l’imposizione del limite è necessario e quelle in cui non lo è. Tendenzialmente un bambino che ha potuto esplorare – come si diceva prima – utilizzerà la reazione aggressiva solo quando è realmente necessaria, non in maniera gratuita e/o distruttiva. Se l’adulto interviene troppo spesso a inibire il bisogno di esplorazione e conoscenza del bambino, bisogno che – ripetiamo – è innato, il bambino svilupperà un senso continuativo di rabbia e frustrazione che di per sé sono gli stimoli attivatori dell’aggressività. Ecco quindi il crearsi di un circolo vizioso in cui: il bambino appare sempre più aggressivo, perché tale sistema, contrariamente alla situazione di normalità che abbiamo descritto all’inizio, ha assunto un ruolo dominante rispetto agli altri, l’adulto si trova sempre più costretto a intervenire o – peggio – si trova “paralizzato” dai comportamenti a questo punto del tutto inadeguati del bambino. Un altro possibile errore di valutazione rispetto alle modalità aggressive dei bambini è quello di non coglierne il disagio emotivo retrostante. Il bambino che sta sperimentando un disagio – poniamo il caso dell’arrivo in famiglia del fratellino – è possibile che non sia in grado di esprimerlo e ricorra al comportamento aggressivo/autoaggressivo – per esempio i pianti a squarciagola con tanto di buttate a terra, apparentemente immotivati – per richiamare l’attenzione dell’adulto. Anche in questo caso, l’attenzione dell’adulto deve essere focalizzata sul bisogno di rassicurazione del bambino rispetto alla “minaccia” che lui sta sperimentando di perdere l’affetto di mamma e papà, piuttosto che su quello che ha le caratteristiche di un banale ma potente “capriccio”. Lo sforzo che il genitore deve fare non è da poco. Mantenere la calma di fronte al figlio che piange o strepita o rischia di farsi del male è difficile ma aiuta il genitore a valutare serenamente quale può essere la modalità di essere vicino al figlio più funzionale alla sua crescita e al suo benessere nel lungo termine, in un momento indubbiamente difficile. Alcune informazioni possono essere di aiuto per discriminare quindi le situazioni in cui va dato ascolto ai bisogni del bambino – incluso come già detto quello esplorativo-assertivo – e quelle in cui il bambino sta sfidando il genitore e in cui ha bisogno di ricevere un limite, di sapere che qualcuno in quella situazione – per lui conflittuale – sa invece cosa si deve fare e cosa non si deve fare. In primo luogo, è utile distinguere fra bisogni e desideri. Con le parole dell’esperta Isabelle Filliozat (1999, pp. 79-80-169 tr. it.): “desideri e bisogni non sono la stessa cosa e […] non devono essere messi sullo stesso piano. I bambini non hanno bisogno dell’auto rossa o della bambola bionda, ne hanno voglia. In compenso, hanno assolutamente bisogno di vedere rispettata e capita la loro collera, espressione della loro frustrazione […] Quando un bambino si adira perché non può avere qualcosa, la sua emozione gli permette di ritrovare il suo equilibrio e … di accettare la frustrazione. Certi genitori si sentono esasperati quando hanno spiegato al loro figlio che una certa cosa è assolutamente impossibile … ed egli si arrabbia. Non sanno che è una tappa necessaria, naturale e normale del processo di rinuncia che il bambino deve vivere per giungere all’accettazione”. Non dobbiamo infatti sottovalutare le emozioni dei bambini. In particolare, fra i 2 e i 6 anni possono essere molto intense. Il bambino non ha ancora autocontrollo rispetto alla sua emotività, per questo è importante che impari a conoscere e gestire le emozioni, piuttosto che a reprimerle. Questo apprendimento è graduale: occorre prima di tutto aiutare i bambini a dare un nome a ciascuna emozione, anche a quelle meno “accettabili” da parte di noi adulti, quindi far capire al bambino che anche noi adulti proviamo le stesse emozioni e infine insegnare come canalizzarle nella maniera adeguata senza esserne sopraffatti. La collera, per esempio, è un’emozione che il bambino deve attraversare per accettare la frustrazione, non va confusa – come spesso accade – con la violenza. Quest’ultima è distruttiva, la collera è costruttiva nella misura in cui serve a fronteggiare la mancanza, la privazione di qualcosa senza esserne “disrtutti” psicologicamente, serve a far capire all’altro i nostri bisogni e quindi è un’emozione che in realtà lavora verso la ricostruzione del legame. Un bambino a cui è stato sistematicamente negato di esprimere la propria collera avrà probabilmente maggiori difficoltà in adolescenza o da adulto a far valere i propri diritti; senza creare un legame di causalità diretta e lineare, possiamo ipotizzare che egli potrebbe sviluppare un senso di impotenza personale, una forte paura inconscia della supposta distruttività delle emozioni negative e assumere un ruolo prevalente di “vittima”. Come gestire i comportamenti aggressivi dei piccoli Tutto questo non significa che i genitori debbano assistere inerti alle manifestazioni aggressive dei figli, vediamo come utilizzarle quali fonti d crescita sulla base delle considerazioni generali appena esposte. Consideriamo dunque i comportamenti aggressivi che più frequentemente i bambini possono assumere dai 4-5 mesi ai 3 anni e come fronteggiarli, seguendo i suggerimenti del famoso pediatra Brazelton (1992). 4-5 mesi: mordere il capezzolo durante l’allattamento, a volte per sperimentare i primi dentini spuntati, la mamma può allontanare il capezzolo dal bambino in maniera ferma, ma non brusca, senza allontanare da sé il neonato e fornendo il dito da mordere in alternativa. 8-10 mesi: tirare i capelli, mettere le dita negli occhi, colpire il viso, i bambini sono attratti da questi elementi, stanno esplorando, non hanno intenzione di fare del male; occorre far capire al bambino che a noi fa male, che sappiamo che vuole conoscere ed esplorare, che questo ci piace ma non quando fa male. Se fosse necessario allontanare il piccolo per farlo smettere, occorre dopo poco riprenderlo in braccio e ripetergli i motivi per cui è stato allontanato coccolandolo. Se il bambino non è fra le nostre braccia, è importante porsi sempre alla sua altezza di sguardo nel parlargli e in tutti i casi mantenere un tono calmo e tranquillo (urlare non aiuta affatto, anzi spinge il bambino a urlare più di noi!). Lo scopo di coccolarlo e prenderlo nuovamente in braccio è che il bambino non confonda questo comportamento educativo, in cui viene temporaneamente allontanato, con un abbandono da parte del genitore (peraltro questa età è una delle fasi in cui si attiva particolarmente l’ansia da separazione, cfr. seminario “Il sonno nella prima infanzia”). 12-14 mesi: mordere o pizzicare il viso o la spalla dell’adulto, la situazione va gestita come nel caso precedente. 16 mesi – 2 anni: mordere, tirare i capelli e graffiare altri bambini, il bambino sta tentando di conoscerli, è in preda a un forte desiderio che non sa come gestire, spesso si verifica di fronte a una situazione nuova (per esempio, l’inserimento in un gruppo di coetanei per la prima volta). L’eventuale reazione eccessiva di uno dei due genitori spaventerà i due bambini. Entrambi invece andrebbero consolati, teoricamente quello che ha maggior bisogno di consolazione è il bambino che ha morso perché è spaventato sia dal suo comportamento sia dalla reazione del bambino che l’ha subito. Sarebbe opportuno prenderlo in braccio, spiegargli che ai bambini non piace essere morsi e presentargli altri modi per conoscerli e farsi conoscere. 18-30 mesi: periodo di maggior “turbolenza”. Tra i 2 e i 3 anni, il bambino sperimenta un forte bisogno di indipendenza e autonomia, ma come sappiamo dallo scorso incontro, tale processo è conflittuale perché pone il bambino di fronte alla “separazione” dai genitori, all’eventualità di prendere decisioni da solo. Può trovarsi in situazioni di indecisione e difficoltà per lui molto significative, a seguito per esempio di volere a tutti i costi qualcosa che gli viene negata, la cui importanza non è altrettanto evidente per l’adulto. In queste situazioni, il bambino esprimerà la propria collera. Ricordando quanto già detto, sarà ora chiaro che sono inopportuni sia comportamenti altrettanto aggressivi nella repressione della collera, sia comportamenti attraverso cui l’adulto imita il bambino (per esempio, si butta a terra pure lui o urla). Può essere utile allontanarsi – dopo aver valutato che il bambino non rischia di farsi male – spiegando che gli si vuole bene ma che non si possono permettere questi comportamenti. Probabilmente il bambino si calmerà molto più rapidamente senza lo sguardo dell’adulto su di lui. Appena il bambino sarà in grado di ascoltare (ripetiamo di non lasciare più di qualche minuto il bambino da solo in preda a queste forti emozioni), si tornerà da lui per prenderlo in braccio, coccolarlo e ripetere quanto già detto, aggiungendo che lui stesso imparerà a controllarsi e allora non dovremo più fermarlo noi. Come avrete notato, il riferimento correttivo proposto è sempre al comportamento, mai al bambino, il messaggio che deve arrivare dal genitore al figlio è che il comportamento aggressivo è inadeguato e inaccettabile, non il bambino! Una considerazione spetta alle cosiddette punizioni corporali. Una “sculacciata” data ogni tanto (non nel primo anno di vita comunque, ed evitando il viso, la testa, le mani), probabilmente, di per sé, non incide né in modo educativo né provoca danni, al di là delle convinzioni del genitore. Forse aiuta il genitore a sentirsi più autorevole mentre rimprovera il figlio e questo può aiutare in effetti il processo educativo che in quel momento è in atto. Diversa è la situazione in cui il metodo della punizione fisica è utilizzato abitualmente ai fini educativi, situazione che mi sento di non condividere affatto. Come scrive Brazelton (1992, p. 299 tr. it.): “per un bambino vedere i genitori perdere il controllo e agire in modo fisicamente aggressivo [… significa] per lui che i genitori credono nell’esercizio del potere e dell’aggressione fisica”. Infine, possiamo chiederci quando le manifestazioni aggressive del bambino – o la loro assenza – devono preoccuparci al punto da rivedere i nostri metodi educativi e/o chiedere l’aiuto di uno specialista: un bambino troppo bravo o troppo calmo che non manifesta alcun sentimento negativo, che non provoca mai il genitore secondo le modalità tipiche della sua età; un bambino che non ride mai e non coglie l’umorismo delle cose e delle situazioni; un bambino che nella maggior parte della giornata è ansioso, irritabile, irascibile; un bambino che presenta problemi in altre aree dello sviluppo (alimentazione, sonno, pulizia) o regressioni pesanti (cioè che assume comportamenti da neonato o da bambino molto più piccolo della sua età). Ognuno o più di uno di questi segnali, secondo la durata e l’intensità con cui il bambino lo/li manifesta, può/possono riguardare la necessità da parte del genitore di allentare la disciplina o limitarla a situazioni realmente importanti o di richiedere una consultazione specialistica.

BIBLIOGRAFIA

  • Brazelton T.B. (1992), Il bambino da zero a tre anni, Fabbri Editori, Milano, 2006
  • Filliozat I. (1999), Le emozioni dei bambini, Piemme Pocket, Casale Monferrato (AL), 2004
  • Lichtenberg J.D. (1989), Psicoanalisi e sistemi motivazionali, Cortina, Milano, 1995

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