Quanto sono importanti le emozioni

Abbiamo parlato dell’apprendimento, dell’intelligenza e del gioco come una delle attività fondamentali che occupano il bambino nella prima infanzia. Li abbiamo inquadrati all’interno della cornice dei sistemi motivazionali, introdotti a loro volta quando si è esplorato il tema dell’aggressività. Avevamo dunque accennato, ai fini della possibilità di imparare del bambino, all’importanza che hanno in questo senso la sua serenità e tranquillità, principalmente dovuti a un buon rapporto con le figure di accudimento. Intendiamo ora approfondire questo aspetto soffermandoci sulla crescita emozionale e quindi sulle condizioni che facilitano lo sviluppo di una soddisfacente intelligenza emotiva. Il termine intelligenza emotiva, usato da Goleman, si riferisce alla “capacità di riconoscere i nostri sentimenti e quelli degli altri, di motivare noi stessi, e di gestire positivamente le nostre emozioni, tanto interiormente, quanto nelle relazioni sociali” . Sono abilità complementari ma differenti dall’intelligenza intesa come espressione del QI (quoziente intellettivo) e delle capacità meramente cognitive. Ricorderete infatti che avevamo parlato dell’antica questione che considerava i processi cognitivi come completamente slegati da quelli affettivi ed emotivi. Invece, oggi, è appurato che lo sviluppo di queste due abilità procede parallelamente e che anzi, l’apprendimento può avvenire solo se vi è un terreno affettivo sufficientemente stabile e sicuro in grado di determinare emozioni positive legate al compito da apprendere. Si era visto come all’interno e grazie alla relazione preferenziale del bambino con i genitori, egli vada via via strutturando il proprio senso del Sé e del mondo, si vada cioè costruendo una griglia che, a partire dalle prime sensazioni fisiche e bisogni corporei a cui mamma e papà rispondono, gli permetterà in breve tempo di dare senso alle cose che lo circondano. Parlando del cervello, avevamo detto che si è rivelato l’organo più importante ai fini della sopravvivenza in quanto, proprio grazie alla sua capacità di immagazzinare memorie, ci ha consentito di adattarci all’ambiente continuamente mutevole. Anche l’emozione, oltre all’intelligenza, ha svolto un’importante funzione adattiva. La parola ha la sua radice nel verbo latino “moveo” che vuol dire muovere e, infatti, ogni emozione porta con sé una tendenza all’azione. La sua caratteristica è quella di determinare un’azione molto veloce e poco ponderata, adatta quindi proprio alle situazioni più urgenti/pericolose, frequentissime in epoca primordiale, nelle quali ogni istante è prezioso. Ma ancora oggi, se un passante distratto decide improvvisamente di attraversare la strada, ciò che mi permette rapidissimamente di togliere il piede dall’acceleratore e di schiacciarlo sul freno evitando di investirlo è l’emozione, in questo caso la paura. Una tale reazione, che comporta la modificazione di tutta una serie di parametri fisiologici, può avvenire in modo così rapido perché lo stimolo “passante che attraversa” viene elaborato seguendo una “corsia d’emergenza”. Infatti, gli stimoli neutri seguono un processo più lungo: vengono inviati alla neocorteccia per essere confrontati con le altre informazioni attinenti presenti in memoria, gli viene poi attribuito un significato (cognitivo ed emotivo, anche in base ai valori di riferimento culturale) e infine vengono processati producendo una reazione; gli stimoli che evocano situazioni di potenziale pericolo, invece, saltano queste fasi e vengono dirottati su un piccolo gruppo di strutture interconnesse all’interno del cervello tra cui: l’amigdala. Essa è una delle strutture che si forma per prima nell’organogenesi del feto e dalla quale, nel corso dell’evoluzione, si è evoluto il cervello. Sviluppandosi precocemente, comincia subito a funzionare e a immagazzinare ricordi con connotazione emotiva (piacevole/spiacevole, pericolo/sicurezza). Oggi, insieme ad altre strutture del sistema libico, si occupa di gran parte del lavoro di apprendimento e memorizzazione. In particolare l’amigdala è specializzata nelle questioni emozionali (se infatti viene asportata si diventa incapaci di valutare il significato emotivo delle situazioni). Funziona come una sorta di archivio degli eventi che hanno prodotto emozioni e come sentinella di guardia di fronte a cose spiacevoli, se vi viene in contatto invia immediati segnali di allarme a tutte le zone del cervello (lacrime) per le doute manovre di emergenza. Quando il cervello pensante deve ancora arrivare ad una decisione, quindi, l’amigdala può farlo al suo posto. Naturalmente, questa è una funzione importante e salvavita, ma può anche essere responsabile di significativi o imbarazzanti fraintendimenti, infatti, il suo modo di lavorare è molto rapido ma, per la stessa ragione, poco preciso. Nell’esempio precedente la sua funzione è adattiva, ma se dopo lo scampato pericolo, il conducente scende dall’auto e in preda alla rabbia aggredisce il passante, vuol dire che il segnale di cessato pericolo non è potuto arrivare a destinazione perché l’amigdala si è resa responsabile di un vero e proprio “sequestro” della capacità pensante dell’individuo . A questo punto, dobbiamo ricordare che la persona cresce e si sviluppa immagazzinando esperienze che hanno comunque una loro connotazione emotiva (ricordate quanto detto la scorsa volta sulle categorie fisiche piacevole/spiacevole che poi diventano categorie psicologiche), se il bambino ha collezionato esperienze spiacevoli nella prima infanzia ed è cresciuto con un senso di insicurezza o di scarsa disponibilità dell’adulto a proteggerlo, avrà una “idea” del mondo come potenzialmente minaccioso e, quindi, una soglia di attivazione dell’amigdala più bassa che scatterà in modo più intenso anche di fronte a stimoli inappropriati. Per questi bambini certi “ricordi” (profondamente inconsci) che hanno prodotto emozioni spiacevoli possono poi rivelarsi delle guide inadeguate. Chi non ha avuto l’adeguato supporto genitoriale, generalmente, non ha costruito una solida autostima e il senso di un Sé valido. Per loro il giudizio degli altri è sempre molto importante, ma tendenzialmente si aspettano che sia negativo (= pericolo). Queste persone diventano adulti che hanno uno scarso controllo delle proprie emozioni e che sono sempre tentati di agire in loro risposta come se si fosse di fronte ad un pericolo. Il conducente di poco fa, una volta tornato in sé (cioè quando il cervello razionale avrà ripreso il controllo) potrà pentirsi per essersi comportato male e rimanere sconcertato dalla sua reazione “fuori luogo”. Lo sconcerto dipende dal fatto che le esplosioni emozionali originarie si sono verificate in un’epoca molto precoce in cui ancora non c’era il linguaggio per poterle descrivere e tutto passava sul piano della sensazione fisica. Questo comporta l’inaccessibilità di quelle esperienze (rimosse) a meno che non si decida di svolgere un lavoro profondo si se stessi. Altre volte, invece, vi è un malfunzionamento delle aree deputate al controllo dell’amigdala e quindi delle emozioni, questo può succedere in presenza di emozioni che sono state così intense (traumi) da lasciare una sorta di rumore di fondo (espresso da impulsi nervosi) tale da disturbare la capacità del cervello di dedicarsi ad attività che richiedono concentrazione. E’ la situazione di molte difficoltà di apprendimento in età scolare e testimonia lo stretto legame tra affettività e cognizione. L’altra fondamentale funzione adattiva delle emozioni sembra essere, stando alle ultime ricerche, quella di garantire al neonato la possibilità di entrare a far parte del gruppo dei suoi simili e di esserne accettato ottenendone la protezione anche nel caso in cui i genitori dovessero venire meno (in tal modo essi si assicurano la sopravvivenza della progenie). Sembra, cioè, che i bambini vengano al modo con una fortissima predisposizione ad entrare in comunicazione con chi si prende cura di loro, evidente già nelle prime settimane di vita, e che così si garantiscano la prosecuzione dell’accudimento. Anzi, si pensa che una delle funzioni adattive dell’ampia gamma di espressioni facciali che l’uomo ha a disposizione per esprimere le emozioni sia proprio quella di aiutarlo capire un proprio simile ed inserirsi con successo nella struttura sociale del suo gruppo di appartenenza. Infatti, man mano che si scende lungo la scala evolutiva, questa varietà diminuisce fino a limitarsi all’espressione della paura o dell’aggressività. In quest’ottica si può comprendere perché i bambini che riescono a leggere correttamente le emozioni proprie quelle altrui hanno risultano tra i compagni più amati, sono valutati meglio dagli insegnanti e hanno una migliore riuscita da adulti. Oggi, infatti, il QI viene sempre più messo in discussione come strumento predittivo del futuro successo dell’individuo, mentre si sta ponendo molta attenzione alle competenze emotive delle persone fin da bambini. Negli Stati Uniti si è riconosciuto il valore preventivo di questo dato e si stanno sperimentando con successo programmi scolastici di alfabetizzazione emotiva, dei veri e propri corsi che parlano di emozioni, sentimenti, e di come gestirli e controllarli nelle situazioni relazionali. L’”intelligenza emotiva” si fonda su due tipi di competenza, una personale – connessa al modo in cui controlliamo noi stessi – e una relazionale – legata al modo in cui gestiamo le relazioni con gli altri. In particolare, alla base della competenza personale troviamo la consapevolezza, la padronanza di sé e la motivazione; alla base della competenza sociale troviamo invece l’empatia e le abilità nelle relazioni interpersonali. 1. La consapevolezza di sé implica innanzi tutto la capacità di riconoscere le proprie emozioni dando loro un nome (la rabbia, per es., è una emozione secondaria, cioè l’espressione di qualcosa che sta più a fondo e che può essere di volta in volta delusione, sconforto o anche paura). Dare il nome giusto a ogni emozione significa già esercitare una prima forma di contenimento, di controllo. 2. La padronanza di sé come capacità di dominare le emozioni senza sopprimerle, soffocarle o negarle. Da questo punto di vista se tutte le emozioni sono permesse, non tutte possono essere espresse. In questo senso, essere dotati di intelligenza emotiva significa essere in grado di gestire i propri sentimenti, essere quindi capaci di controllarli ed esprimerli in modo appropriato ed efficace. 3. La motivazione. E’ data dall’insieme delle tendenze emotive che guidano, sostengono o facilitano il raggiungimento di obiettivi, è caratterizzata da una buona dose di ottimismo inteso sia come capacità di essere costanti, al di là degli ostacoli incontrati e degli errori commessi, sia come capacità di puntare sulla speranza di successo e non sulla paura del fallimento. 1.L’empatia: essere empatici significa far risuonare dentro di sé i sentimenti degli altri come se fossero i propri in una sorta di vicinanza senza confusione. E’ l’accettazione incondizionata degli stati d’animo così come vengono offerti nella relazione, ma per comprenderli bisogna avere dimestichezza con i propri e saper leggere gli aspetti non verbali della comunicazione: tono di voce, gesti, espressioni. 2. L’abilità nelle relazioni con gli altri deriva da tutte le precedenti competenze e permette di saper leggere le situazioni sociali. Queste abilità si cominciano ad intravedere fin dalle primissime fasi dello sviluppo emozionale del bambino e genitori attenti hanno la possibilità di incoraggiarle con il giusto atteggiamento. Esamineremo ora lo svolgersi del processo di sviluppo emozionale, seguendo la formulazione di Sroufe , integrata con quella di Greenspan , con particolare attenzione ad individuare i segnali legati alle competenze emotive. Ogni livello rappresenta delle fondamenta della mente adulta e perciò è fondamentale che possano essere raggiunti tutti e che il bambino vi sosti per il tempo necessario a consolidare le nuove abilità. La prima fase di questo sviluppo (0-4 mesi) è caratterizzata dalla autoregolazione. Appena il bambino viene al mondo, è bombardato da una miriade di stimoli sensoriali con i quali deve fare i conti, da questi derivano altrettante sensazioni corporee, percepite in termini di bisogni impellenti. Attraverso il loro soddisfacimento, che implica una certa routine, il bambino stabilizza i propri ritmi fisiologici. In questo modo, iniziano a prendere forma le prime emozioni. Esse sono percepite, per lo più, in termini di piacere/dolore, tensione/rilassamento. L’esperienza ripetuta della connessione fra sensazione e la corrispondente attivazione emotiva fa sì che esse si leghino formando un’unità e che tale unità sia intimamente legata alle manovre di accudimento da parte dei genitori: allattamento, bagnetto, coccole, cambio del pannolino. Una volta stabilizzati i ritmi fisiologici di base, il bambino passa a regolare il proprio stato mentale in modo da raggiungere la capacità di una calma vigile e attenta propedeutica ad ogni apprendimento. Le prime emozioni legate alle sensazioni corporee sono sperimentate con estrema intensità, ma la relazione con la madre gli insegnerà a modularle e a non spaventarsi di fronte ad esse. Grazie alla guida materna diventa in grado di interpretare correttamente le diverse informazioni sensoriali provenienti sia dal mondo esterno, sia da quello interno. In questo senso il bambino può essere incoraggiato a sviluppare autconsapevolezza e autocontrollo: due delle abilità che compongono l’intelligenza emotiva. La seconda fase (4-6 mesi) è centrata sull’intimità e sull’attaccamento tra il bambino e la madre. La regolazione fisiologica si stabilizza, adesso il bambino è sveglio più a lungo ed è più attento e attivo nella ricerca di stimolazioni e di comunicazione affettiva con la madre. Si osserva, infatti, una sorta di danza fatta di scambi tra la mamma e il bambino dove lei mostra una straordinaria capacità di adattarsi e di compiere dei microaggiustamenti a seconda delle esigenze del figlio (allattamento). Si orientano reciprocamente, si guardano come a volersi fondere e così il contatto visivo si trasforma in contatto mentale. Naturalmente è ancora l’adulto che deve saper offrire l’adeguata stimolazione, ma il bambino partecipa pienamente e ci fa capire se gradisce o no. Più che un vero e proprio scambio si tratta di interazioni sincroniche che poggiano sulla reciprocità affettiva, in cui la madre agisce intenzionalmente sul bambino mentre quest’ultimo vi risponde con interesse e piacere. Dall’immersione in questa relazione affettuosa prenderà l’avvio la capacità di essere empatico del bambino nonché la sua capacità di amare il prossimo, a patto che egli abbia potuto sperimentare l’estasi di essere amato da un adulto in adorazione (mamma e figlio amoreggiano quasi). Una prova del fatto che bambini così piccoli hanno già sviluppato delle aspettative precise in merito alla disponibilità dell’adulto ad interagire e a stimolarli, deriva da un esperimento con bambini di 4 mesi: alle mamme viene chiesto di rimanere impassibili anche nel volto di fronte ai loro bambini. Questi prima provano in tutti i modi a rivitalizzare la madre. Sorrisi, vocalizzi ecc., poi si interrompono per riprovare dopo un po’, ma alla fine diventano frenetici e disorganizzati (crisi di angoscia) fino all’apatia. La reciprocità sperimentata in questo periodo è fondamentale perché permette al bambino si sentire la continuità del suo esistere favorita dall’ambiente prevedibile e quindi rassicurante (es. dei cambiamenti che agitano: vacanze). La terza fase è quella dell’intenzionalità. Tra i 6 e i 9 mesi compaiono le azioni dirette ad uno scopo. Il bambino, cioè, impara a collegare un suo desiderio all’azione corrispondente anche grazie alla maturazione delle capacità di controllo motorio. Egli è quindi in grado di esprimere intenzionalmente i propri desideri con azioni finalizzate: gesti, posture, movimenti del capo, delle braccia ed espressioni facciali. Adesso è lui che prende l’iniziativa, che attivamente è in grado di richiamare l’attenzione del genitore per coinvolgerlo in un gioco. In questa fase si verifica un passaggio importante verso la vera reciprocità, infatti il bambino non aspetta più semplicemente di rispondere alle stimolazioni materne me le avvia lui stesso. Vedere quanto è determinato nel volersi far prendere in braccio o nel gettare cibo a terra, ci fa comprendere che la sua consapevolezza di essere individuo con la propria volontà è un processo che si trova già a buon punto e anche che ha capito perfettamente che i suoi comportamenti producono reazioni da parte nostra. Di fronte a qualche piccola frustrazione saprà motivarsi ed insistere se la madre glielo insegnerà, mentre dovrà cedere a qualche altra imparando un po’ di autocontrollo. Ricordate l’intelligenza emotiva? La quarta fase è di focalizzazione (12 mesi). In questo periodo la madre assume il ruolo di “casa base” attorno alla quale il bambino orbita nelle sue missioni esplorative. Parte da lì e si allontana, anche grazie alle sue capacità motorie aumentate, ma ogni tanto torna indietro o si volta per verificare che lei sia sempre lì pronta ad un segnale di incoraggiamento. Adesso il bambino è in grado di insistere per raggiungere i propri obiettivi e fanno la comparsa i primi capricci strumentali. Alla fine del primo anno il bambino che ha sperimentato la disponibilità della madre (cioè la sua capacità di essere accessibile e di saper rispondere alle sue esigenze) andrà sicuro ad esplorare il mondo e manifesterà serenamente i propri bisogni. Un altro cambiamento sostanziale nell’organizzazione psichica è che da adesso il bambino agisce nelle situazioni nuove in base alle sue esperienze passate. Inoltre, sa riconoscere le emozioni sul volto, nella voce, nella postura dell’altro. Anche questa capacità viene utilizzata per “muoversi” meglio nel proprio ambiente. Comunque, in questa fase, il bambino ha ancora difficoltà a mantenere un comportamento organizzato senza la madre che lo aiuti nei momenti di stress, ma se tutto è andato bene avrà interiorizzato la disponibilità materna e ciò è garanzia di sicurezza. Anche in questa fase, dunque, il genitore ha potuto incoraggiare la motivazione, l’autocontrollo e l’autoonsapevolezza. La quinta fase è di autoaffermazione. Tra i 14 e i 24 mesi il bambino diventa molto determinato nel perseguire i propri obiettivi, anche se questi contrastano con quelli della madre. Anche la sua indipendenza psicologica aumenta proporzionalmente alle sue accresciute capacità di spostamento. Questo periodo lo vede anche molto impegnato a confrontarsi con la volontà altrui e con comportamenti che sono diversi dai suoi a parità di circostanze. In questo senso la possibilità di farne esperienza, all’asilo, con i compagni, al parco ecc., è di grande utilità in quanto gli permette di affinare la comprensione dell’altro basandosi anche su segnali di atmosfera e non più solo espliciti (tensioni in famiglia, lutti). L’ambiente adesso non lo accetta più incondizionatamente, ma lo mette di fonte a delle richieste, alle prime regole sociali di comportamento, i primi valori di riferimento. In questo periodo è molto importante la funzione dei genitori che hanno l’occasione di insistere sui rudimenti dell’intelligenza sociale ed emotiva: un’emozione, qualsiasi essa sia può essere provata, ma non sempre è opportuno darle sfogo con l’azione istintiva, altrimenti si saranno delle conseguenze per i comportamenti scorretti. In questo periodo, dunque, i genitori possono insegnare al figlio a controllare le proprie emozioni e a rimandare gli impulsi ai momenti opportuni. D’altro canto, mentre prima le emozioni del bambino erano gestite con la regola del “tutto o nulla”: o ti voglio bene o ti odio, adesso egli può accettare l’idea che, nonostante abbia litigato con la mamma, gli vuole ancora bene e lei a lui, ciò lo aiuta a non sentirsi furioso per questo, ma solo in collera, una collera che può essere modulata con l’aiuto del genitore. Questa è una conquista fondamentale in quanto insegna al bambino che può esservi una reversibilità nell’emozione e che per quanto possa essere stato “cattivo” ciò non vuol dire che la mamma non lo vorrà più. In questo modo il bambino interiorizza il senso di libertà e di legittimità nell’espressione dei sentimenti, riesce ad integrare in un’unica immagine di sè aspetti anche molto diversi senza la paura di perderne qualcuno. Va da sé che se si trova di fronte un adulto che non è in grado di tollerare certe emozioni, il bambino imparerà a non mostrarle in sua presenza. Inoltre, non potendo sperimentare la sequenza emotiva che va dalla irritazione alla collera con ritorno alla serenità, fa esperienza dell’irreversibilità delle emozioni spiacevoli associate al rischio di abbandono. In questo modo il bambino rinuncia ad essere se stesso nella sua complessità a scapito anche dell’apprendimento per cui preferisce imitare (rituali) che imparare. E’ importante che i genitori offrano sempre una possibilità di chiedere scusa e che non tengano il broncio ma siano disposti a riappacificarsi. Infine abbiamo la fase di riconoscimento e continuità. Dai 24 ai 36 mesi la capacità di pensiero simbolico si consolida e il bambino passa ad un nuovo livello di consapevolezza. Adesso può anche immaginare una sequenza di comportamento e, grazie al migliorato senso della temporalità, può anticiparne le conseguenze. I suoi orizzonti di pensiero ed emotivi si ampliano notevolmente. E’ capace di fare collegamenti tra le emozioni: tra la rabbia e la perdita per es. In questo periodo si consolida e diventa più complessa anche la capacità di mettersi nei panni dell’altro e di capire i suoi stati d’animo e le sue intenzioni. Il bambino si riconosce in uno specchio e comprende di avere uno spazio privato della mente che non è accessibile agli altri (impara a mentire). Attraverso la sperimentazione della continuità della relazione con il genitore, il bambino può imparare a riconoscere la madre come altro da sé, ma fondamentale per il suo equilibrio, riconosce inoltre la propria efficacia nel coinvolgerla nella relazione e nel rispondere ai propri bisogni. Grazie al linguaggio e allo sviluppo dei meccanismi neurali di controllo può fare a meno di agire sempre in preda ad un’emozione, può parlarne e condividerla Passiamo cioè dalla comunicazione che ha per fine esclusivo la soddisfazione di un bisogno alla comunicazione come piacere di condivisione con l’altro. Acquisisce la capacità di astrarre un sentimento e di dargli un nome, di confrontarlo con quello degli altri. Diventa sempre più interessato al “perché” e al “come” dietro le cose. Il bambino non solo è capace di dire che è arrabbiato ma anche il motivo per cui è arrabbiato. Ciò implica la capacità di auto-osservarsi e di riflettere sui propri sentimenti. Questa è la testimonianza di quanto stia prendendo spazio la necessità di fare collegamenti per afferrare a pieno la complessità del mondo che lo circonda. Piano piano questo dialogo si interiorizza e si trasforma nella capacità di pensiero adulta. I bambini che hanno avuto delle difficoltà relazionali negli stadi precedenti non riescono ad usare pienamente questa capacità e privilegeranno l’azione per dare sfogo alle emozioni. Anche i sintomi fisici a volte vengono usati in questo senso. Man mano che il bambino cresce, gli insegnamenti emotivi possono diventare più espliciti da parte dei genitori i quali, dopo un po’, interiorizzeranno loro stessi uno stile educativo più attento alle emozioni. Per aiutare i propri figli a sviluppare l’aspetto emotivo dell’intelligenza si possono sfruttare soprattutto i loro momenti di difficoltà, con il sincero desiderio di conoscerli meglio attraverso quell’occasione e di approfondire il legame con loro. Quando vediamo nostro figlio in smacco possiamo chiederci, innanzi tutto, quale può essere l’emozione che sta provando cercando di ritrovarla dentro di noi. Se ci accorgiamo di non riuscire a sentirla, forse dovremmo fare qualche sforzo in più e valutare qual è, nella nostra vita di adulti, il rapporto che abbiamo con le emozioni. Se abbiamo delle intolleranze nei confronti di qualche sentimento, difficilmente potremo insegnare a nostro figlio come gestirlo, se tendiamo a negare le emozioni, a fare finta che vada sempre tutto bene, priveremo il bambino della possibilità di servirsi del nostro esempio. I bambini tendono a non voler dispiacere i genitori e intuendo che certe emozioni li mettono in difficoltà preferiscono nasconderle, dovendo poi farci i conti da soli. Un momento successivo sarà quello dell’ascolto empatico del bambino: mostriamogli la nostra attenzione assoluta, che sia percepibile attraverso tutto il nostro corpo: espressione del volto, postura, tono della voce (questo insegna ai bambini ad essere sensibili all’aspetto non verbale del linguaggio). In questo modo nostro figlio saprà che prendiamo la cosa sul serio e che la riteniamo importante. In un terzo memento possiamo provare a ripetere la situazione descritta da lui per provare ad offrirgli le parole che definiscono emozioni diverse aspettando che siano poi loro a scegliere quella che corrisponde meglio (non bisogna dirgli noi cosa è giusto provare). Il fatto di poter condividere un’emozione con un adulto (“colui che sa”), tranquillizza e rassicura il bambino del fatto che non è l’unico a sentirsi così, non è strano, ma anzi legittimo. Successivamente si potrà aiutarlo a trovare delle soluzioni per risolvere il problema. Le soluzione prevedranno dei limiti secondo la regola per cui ogni emozione e desiderio sono legittimi, ma tutti i comportamenti no. Ciò dà al bambino la sensazione che comunque l’adulto rimane tale e paradossalmente, anche quando deve accettare qualcosa che frustra un desiderio, si sentirà rassicurato da questo. Ci sono genitori che pur mettendo in atto questa modalità crescono figli impulsivi, egocentrici ed aggressivi, che non tollerano la frustrazione. Le ricerche hanno dimostrato che in realtà, dalla sequenza sopra esposta, omettono il limite. Altri genitori, invece, trattano i sentimenti dei figli come irrilevanti, li ridicolizzano, usano la distrazione per far fronte ai loro momenti di difficoltà perché vogliono che le emozioni negative spariscano in fretta. Si è visto che questi bambini diventano insicuri, pensano che i loro sentimenti siano sbagliati e di esserlo loro stessi. Infine vi è un terzo tipo di genitore che si comporta in modo molto simile al precedente, ma è ancora più negativo: giudica e critica le manifestazioni emotive dei figli, le punisce, è convinto che siano un modo del bambino di manipolare l’adulto per cui pone dei limiti molto rigidi con le stesse conseguenze, ma più radicate, che produce lo stile precedente . Auguriamoci di essere un genitore del primo tipo, altrimenti impegniamoci per diventarlo.

Goleman D. “Intelligenza emotiva”, Bur Edizioni 1999.
Goleman D. “Intelligenza emotiva”, Bur Edizioni 1999.
Sroufe L.A. “Relazioni, Sé e adattamento individuale” in A.J. Sameroff, R.N. Emde (a cura di) “I disturbi delle relazioni nella prima infanzia”, 1991, Boringhieri, Torino.
Greenspan S.I. “L’intelligenza del cuore” , Mondadori 1997
Gottman J. “Intelligenza emotiva per un figlio”, Bur Edizioni 2001

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